Il gioco
patologico non dipende dalla pratica del giocare ma dalla chimica del cervello.
È quanto sostiene una ricerca condotta dalla Division on Addiction dell'Harvard
Medical School dell'Università di Harvard, coordinata da H. J. Shaffer e
pubblicata sul Financial Post lo scorso 2 luglio. Già nel 2004 Shaffer,
considerato un guru nella ricerca sul gioco patologico, aveva affermato che non
è l'oggetto, in questo caso il gioco, ad essere la causa scatenante della
dipendenza, mentre ancora prima, nel suo ‘What is addiction?' aveva
sottolineato come la ricerca non abbia ancora raggiunto un punto fermo.
"Questo
spiega - afferma la responsabile del Centro studi As.Tro, Eliana Salvati - il
perché negli anni, i più grandi studiosi si siano aggrappati all'idea di una
natura deviante della pratica del gioco che lo stesso Shaffer definisce una
convinzione divenuta popolare nel tempo ma che tuttavia non risulta essere
esatta. Se l'Università di Harvard sostiene che non è il giocare,
l'oggetto della dipendenza, mentre è il disturbo mentale che può rivelarsi
attraverso una condotta problematica come il gioco compulsivo, anche la realtà
italiana dovrà adeguarsi a collocare all'interno della scienza il suo
dibattito, astenendosi dalla strumentalizzazione dell'aspetto sanitario per
cavalcare un business di un tipo a discapito di un altro.
Per la responsabile del Centro studi dell'associazione alcuni si propongono di
arginare la mera risonanza del fenomeno attraverso il contingentamento
dell'offerta di gioco, ma "in tal modo non si limitano rischi e non si
attenuano effetti, piuttosto si offre un attivismo di facciata senza un vero
innalzamento del livello professionale degli operatori economici". Altri
invece si propongono di arginare il fenomeno solo attraverso la terapia:per la Salvati "in tal modo
si camuffa l'etica con la cura e sempre standard è la risposta che siffatte
impostazioni promuovono: per non ammalarsi di qualcosa, stare lontani da quel
qualcosa".
Il Centro studi di As.Tro si propone di supplire al deficit di conoscenza sul
fenomeno, agendo a 360 gradi, ovvero sul fronte preventivo e su quello post -
traumatico della dipendenza ormai insorta, sollecitando operatori economici,
operatori sanitari, istituzioni a porre in essere un sistema virtuoso nel cui
ambito abbattere rischi e attenuare effetti.
Punto di partenza è lo sdoganamento del gioco e quindi del giocatore, punto di
arrivo è la creazione di una cultura del gioco che porti ad una fisiologica
selezione della base dell'utenza del servizio - gioco. Come arrivarci?
"Coinvolgendo gli attori del fenomeno e costringerli a condividere un
percorso comune: se pubblici esercenti, gestori, concessionari, sanitari,
istituzioni di controllo, enti locali, forze di polizia, vengono collocati in
un ‘sistema', l'impegno specifico di ciascun ruolo diventa relativo e
ammortizzabile nell'ambito delle ordinarie e rispettive attività quotidiane.
Nessun progetto trionfa se non pone alle basi il riconoscimento e il rispetto
delle realtà sociali ed economiche esistenti sulla base della Legislazione, e
se non si ispira al principio di economicità delle risorse, ovvero ricercando
l'ampliamento della schiera degli attori da coinvolgere, in modo da attenuarne
lo specifico onere aggiunto."
(fonte
Gioco&Giochi)
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